Vivere in Salute: nuvole: In piedi, davanti alla finestra, Carla era assorta nei suoi pensieri. Sentì improvvisamente un prurito nelle sue gambe, come...
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martedì 19 novembre 2013
domenica 28 ottobre 2012
L'Alfabeto
Questa favola è molto carina, me lo dico da sola! Non volevo metterla sul blog perchè mi è stato detto che potrebbero essere rubate. A parte che ho messo il divieto con il copyrigth, ma comunque spero che le mie favole siano lette solo da persone serie.
Le lettere
dell’alfabeto erano tutte ordinate, e i bambini cantavano contenti la
filastrocca.
Ad un certo
punto l’acca, che era la meno usata del gruppo, decise di ribellarsi.
“Ora basta!”
urlò. “Forse io valgo meno di tutte voi?”
“No, non è vero”
rispose la r, una delle lettere più usate. “Anche tu hai il tuo valore, devi
avere solo un poco di pazienza, e ti useranno perché senza di te certe parole
non si possono comporre”.
“non è
vero!” esclamò l’acca, “io voglio essere usata tanto come te, la c, la s, la p,
e tutte le vocali. Ho deciso, me ne vado!” e scappò via dall’alfabeto.
Immediatamente
sparirono tutte le parole che la contenevano, sparirono le pagine del
dizionario con l’acca, e tutto l’alfabeto crollò.
“Come
risolviamo il problema?” si interrogò la c. “Io senza la (e qui si inceppò in
quanto non poteva pronunciare la lettera)
perdo un poco di valore, e così pure la g si trova nella mia stessa
situazione. “
“Trovato!”
esclamò la elle “ Io faccio da sostegno alla enne e così noi due messe insieme
la possiamo sostituire e così si possono comporre le parole mancanti.”
E così si
mise dritta dritta e disse alla n di appoggiarsi a lei.
Ma non
veniva una bella lettera: infatti la n non aderiva perfettamente e quindi non
riusciva bene.
“Dai riproviamo!”
ripetè ancora la l “vediamo come si comportano i bambini”
E così
riprovarono; la nella classe ci fu una grande confusione. Come si faceva a
leggere una parola così composta “clniave”?
“Ma non
sapete più parlare?” esclamò la maestra. “Non è possibile, ma cosa dite?”
“Stiamo
leggendo il libro!” Esclamarono i bambini.
Subito la
maestra prese il libro e pure lei vide la cosa stranissima.
“Non è
possibile!” esclamò “Ma dove sarà andata a finire la lettera acca? Via proviamo
a cercarla”
Iniziò la
ricerca.
Cercarono
nell’armadio, nei cestini, dietro la lavagna, sotto i tavolini, in tutte le
cartelle, ma niente, l’acca si era come volatilizzata.
“Non
riusciamo a trovarla!” urlarono tutti i bambini.
Tutti quelle
urla fecero accorrere il direttore “Ma insomma, cos’è questa confusione?
Nessuna classe riesce a lavorare questa mattina! Ora basta! Signora maestra mi
faccia capire cosa sta succedendo, e provi a far stare calmi i bambini!”
“E’
difficile, si è persa una lettera dell’alfabeto in questa classe, e se la cosa
si diffonde tutte le classe saranno senza quella lettera, bisogna assolutamente
trovarla”
Chiamarono
allora la bidella, che era tutta occupata a pulire i bagni.
“si è vista
qui la lettera acca per caso?” le chiese il preside.
La bidella
lo guardò tra lo stupito e il divertito, non riusciva a capire cosa fosse
successo.
“Non mi sono
spiegato bene, forse?” insisté il
preside duro duro “ ripeto, si è vista qui la lettera acca?”
“Non….non….mi…..pare….”
quasi balbettò la bidella. “Comunque mi darò da fare a cercarla, non si
preoccupi”.
Iniziò a
ispezionare anche lei tutti i cestini della carta straccia, sotto tutti i
tavolini della classe, ma niente, proprio niente.
La maestra
era veramente disperata, ma certo non poteva risolvere la situazione. Allora
disse ai bambini
“ora
facciamo merenda, poi riprenderemo a cercarla.”
Tutti i
piccoli allora corsero fuori nel sole e dopo aver mangiato le loro merendine,
iniziarono a giocare a girotondo e a cantare felici.
La maestra
intanto si era seduta sulla sua sedia dietro la cattedra, e cercava di
ragionare per capire cosa fosse successo.
Aprì per
caso un libro per bambini di inglese e, miracolo, eccola là la piccola
fuggitiva. In prima pagina faceva bella mostra di sé tutta trionfante.
“ora come
faccio a riportare questa birbacciona nel nostro alfabeto?” pensò la maestra.
Prese una
penna molto appuntita e cercò di staccare la lettera dal libro, ma quella
niente, anzi sembrava quasi che le facesse le boccacce.
La maestra
allora tentò di risolvere il problema facendo tante fotocopia della pagina del
libro di inglese e, appena ritornarono i piccoli in classe così disse: “Ora
ognuno di voi avrà la fotocopia della pagina del libro dove si trova la lettera
acca, questa birbacciona. La dovrete ritagliare così si potranno ricomporre le
parole con quella lettera”.
I piccoli si
armarono di forbici e provarono a ritagliare la lettera, ma questa, impunita
come era, si impuntò e non si faceva staccare dal foglio. La maestra andò allora dal
preside per aver un aiuto nel suo operato. Questi allora spazientito, prese una
decisione drastica. “Okey, va bene. Facciamo a meno della acca. Visto che lei
non vuole venire!”
“Come
facciamo?” domandò allora la maestra molto stupita da questa affermazione.
“Non ci sono
problemi” rispose il preside “adopereremo la k al posto dell’acca, che
prenderemo comunque dall’alfabeto inglese, e caso mai ciave (manca l’acca) la
scriveremo key”
“Evviva,”
gridarono in coro i piccoli, e tutti insieme andarono a fare nuovamente le
fotocopie della pagina dove in bella mostra si vedeva il k.
L’acca era
inviperita. Non aveva ottenuto nessuna soddisfazione, anzi in questo modo tutti
d’ora in poi l’avrebbero ignorata.
“Va bene, va
bene” urlò per farsi sentire meglio “avete vinto voi”
E mogia
mogia rientrò nell’alfabeto. Tutte le altre lettere, appena la rividero, le
fecero immediatamente un applauso,
specialmente la c e la g, che senza di lei si sentivano veramente impoverite.
E i bambini,
la maestra, il preside e la bidella
tutti insieme per la contentezza fecero un grande girotondo.
giovedì 12 luglio 2012
L'occhio vanitoso
Ieri stavo mettendo a posto le mie cose, ero in cerca delle foto per la carta d'identità, ed ho trovato questo pezzo inventato dalla mia nipotina quando era più piccola; per me è troppo carino (ogni scarraffone è bello a mamma suia, in questo caso nonna) e così lo riscrivo:
L'occhio vanitoso
C'era una volta un pollaio dove c'era un occhio vanitoso, che un giorno disse:
"Queste galline sono con un'acconciatura piuttosto ridicola"
Allora l'occhio vanitoso scoppiò a ridere così forte che gli venne la congiuntivite, che per lui era una specie di super-super-super-super singhiozzo! "Povero me!" esclamò.
L'occhio vanitoso
C'era una volta un pollaio dove c'era un occhio vanitoso, che un giorno disse:
"Queste galline sono con un'acconciatura piuttosto ridicola"
Allora l'occhio vanitoso scoppiò a ridere così forte che gli venne la congiuntivite, che per lui era una specie di super-super-super-super singhiozzo! "Povero me!" esclamò.
lunedì 16 gennaio 2012
Desiderio di libertà 2^ e ultima parte
E così chiamò a raccolta tutti gli altri:
"Andiamogli incontro, così giochiamo insieme" e tutti insieme volarono verso l'aquilone per fargli festa.
Era un frullio di ali, un vociare enorme, e l'aquilone fu circondato da quella banda chiassosa.
Ma il vento era veramente prepotente e lo spingeva sempre più in alto.
Ora si sentiva un poco in pericolo, perchè sapeva benissimo che era fatto con la carta, e forse non avrebbe resistito troppo alla forza del vento.
Si rivolse allora ai gabbiani e li chiamò verso di lui.
"Penso che mi dovrete aiutare" esclamò "Ho paura di non poter resistere a tutto questo vento e forse sarebbe opportuno ritornare a terra, ma non ne sono capace"
"Va bene" rispose uno di loro " Ora ci pensiamo noi".
Si avvicinarono allora tutti insieme e lo cominciarono a sospingere verso il basso, creando come un vortice d'aria.
E così, piano piano, il bellissimo aquilone riuscì a ritornare giù e si posò delicatamente sulla sabbia.
"Corri, Pietro, corri!" gridò il papà.
Tutto trafelato Pietro arrivò vicino al papà e vide lì sulla sabbia il suo amatissimo aquilone.
Lo prese subito e se lo strinse al petto felice. Era tornato da lui!
Ora poteva farlo volare nuovamente.
E l'aquilone?
Era anche lui felice perchè, pur non potendo usufruire della libertà degli uccelli data la sua fragile natura, era sicuro di avere trovato un amico che si sarebbe preso cura di lui.
lunedì 22 agosto 2011
Desiderio di liberta'
Questo è l'inizio di una nuova storia. Il seguito lo pubblicherò
Un uccello bellissimo, di mille colori, costruito con carta velina, con stecche di bambu' e tenuto da uno spago lunghissimo. Un aquilone. Lo aveva costruito Pietro con il suo babbo, mettendo tanta attenzione nei particolari che sembrava alla fin fine quasi vero.
Pietro era eccitatissimo, poteva provare il suo capolavoro, perche' quel giorno erano andati al mare, c'era tanto vento, e il suo babbo gli aveva detto che quella era la giornata migliore per far volare gli aquiloni.
Aveva incominciato con una piccola corsa sulla sabbia, poi sempre piu' veloce, lasciando andare sempre piu' filo fino a quando il suo preziosissimo uccello aveva iniziato ad alzarsi, e poi sempre piu' su, piu' su fino quasi a raggiungere il tetto di alcune case che erano state costruite nei paraggi.
Un gabbiano volava tranquillo nelle vicinanze e, improvvisamente lo vide.
"Che meravigliosa creatura" escamo' stupefatto, "Non ne ho mai visti di simili" e volo' via a chiamare alcuni amici che volavano sul mare in cerca di cibo.
"Venite! Correte tutti a vedere! C'e' un uccello meraviglioso che vola sulla spiaggia, tutto colorato!" Esclamò
Tutti corsero a vedere con immensa curiosita'. E' vero, non avevano mai visto niente di simile, era meraviglioso con le sue ali tutte colorate, il becco adunco quasi fosse un rapace, e due occhi luminosissimi.
"Ehi," chiese il primo gabbiano troppo incuriosito per il nuovo venuto "non mi posso trattenere, ma devi farci sapere che tipo di uccello sei, non ne abbiamo mai visti da queste parti. Forse vieni da molto lontano, dicci qualcosa di te"L'aquilone era veramente felice, volare era meraviglioso, per lui era la prima esperienza, e poi tutti quei gabbiani intorno a lui cosi' incuriositi lo facevano sentire importantissimo, quasi un primo attore.
"non vengo da lontano, ma sono solo un aquilone, mi ha costruito quel bambino laggiu' con l'aiuto del suo babbo, pero' veramente sono felicissimo di volare, e mi piacerebbe essere come voi, libero e felice nell'aria, senza vincoli di alcun filo"
"E allora vieni, non indugiare, noi abbiamo in programma di volare sul mare per poter pescare qualche pesce per i nostro pranzo"
E si alzarono altissimi nel cielo.
"Devo proprio liberarmi dallo spago" pensò l'aquilone. E subito cominciò a volteggiare sempre più in alto e a strattonare lo spago che lo tratteneva unito a Pietro. E tira, tira, tira, alla fine riuscì a liberarsi.
Una folata di vento lo sollevò più in alto e lui vide Pietro farsi più piccolo. Tutto giù sulla terra sembrava piccolo, e lui era inebriato per la libertà conquistata. Pietro giù piangeva disperato, per aver perso il suo aquilone, ma lui aveva il cuore gonfio di felicità!
Man mano che saliva su nel cielo, il vento cresceva di intensità e lo sospingeva sempre più su. Era anche più fresco ma all'aquilone non importava un gran che. lui era libero!
domenica 15 maggio 2011
L'ultima foglia del melo
Il melo allora le parlò dolcemente, cercando di convincerla che ormai non era più il suo tempo.
“Dai, piccola, lasciati andare nel vento! Vedrai che non sarà né doloroso né faticoso”
“Ma io ho tanta paura di lasciarti, sto bene con te, e poi vedi sono ancora tutta verde! Devo perlomeno diventare un po’ gialla come le mie sorelline, che sono volate via”.
“Certo devi diventare gialla, ma vedi ora non è più il tempo per te di restare, dei farti portare via dal vento, e poi trasformarti.”
“Trasformarmi? E in che cosa” ribatté la foglia.
“Quando sarai portata via nel vento, andrai a posarti sulla terra insieme alle tue sorelline, e qui, piano piano, ritornerai ad essere terra, che servirà a nutrire noi piante”.
“Perché nutrire?” chiese la foglia.
“Certo, nutrire, perché trasformandoti in terra, sarai ricca di una sostanza preziosa per la nostra vitalità, e cioè l’azoto. Come vedi sei sempre importante, non devi avere paura.”
“Va bene, cercherò di diventare gialla, e poi mi farò trasportare via dal vento, non avrò paura, te lo prometto”
E così, giorno dopo giorno, anche l’ultima fogliolina fu rapita dal vento e poi cadde un poco più lontano dal melo, vicinissima a tutte le altre foglie già cadute. Ce ne erano tante e così lei non si trovò sola. Alcune erano già completamente trasformate, cioè era rimasta solo visibile la nervatura, altre erano diventate sottilissime, come una pellicina di cipolla, e quasi trasparenti, altre invece, le ultime cadute, erano ancora intatte. Bellissime, con i colori dell’autunno, cioè gialle e rossicce. E’ come se fossero andate in salone di bellezza, ad imbellettarsi per una festa. Foglie di melo, di albicocco, di vite, di fico e di cachi. Era un bel tappeto colorato. Improvvisamente da sotto il tappeto sbucarono due occhi luminosi. Ma chi sarà mai, pensò la nostra fogliolina.
“Cra, cra, ben arrivata!” la salutò un rospetto.
“E tu che ci fai qui?” domandò la foglia.
“Mi proteggo dal freddo, e poi sai, sotto di voi si crea proprio una situazione adatta a me, e cioè umida e calda, come se fosse un bel cappottino per l’inverno che è alle porte. Quando diventerete terra, mi coprirete completamente, così aspetterò al calduccio la prossima primavera. Allora, uscirò e cercherò una compagna”
“Sono proprio contenta, perché sono in compagnia e poi sono veramente utile” disse la fogliolina.
Guardò su con nostalgia la pianta madre. Era enorme, la sovrastava e le copriva il sole. No, non doveva avere paura. Il sole era pallido e non molto caldo, non come il bel sole dell’estate che la illuminava tutta e la riscaldava, anche troppo. E poi nel cielo il sole restava poche ore, e parecchi giorni era pure coperto dalle nuvole. Queste erano sempre più nere, e ricche di acqua, e spesso pioveva abbondantemente .
“Va bene” pensò “ è giusto così. Mi trasformerò presto e ritornerò alla mia pianta madre così la potrò riabbracciare, e mi ritroverò con le mie sorelline.”
E così, giorno dopo giorno, la nostra piccola fogliolina prima divenne sottile sottile, poi rimasero solo le nervature, e tutta l’altra parte era diventata terra profumata e bruna, insieme alle altre foglioline.
Quando arrivò il tepore della primavera venne il contadino, vide tutta questa bella terra e la smosse un poco, sistemandola bene vicino al tronco del melo, stando però attento a non disturbare il ranocchio per non fargli male. Il ranocchio serviva per cacciare gli insetti fastidiosi, come le zanzare, e quegli altri piccoli insetti che possono danneggiare le piante.
Intanto sul melo stavano nascendo le prime nuove foglioline, e l’albero si era abbellito con mille fiori.
Alle nuove foglioline, l’albero disse:
“Vedete, piccole, tutta quella terra profumata che ora mi è stata messa dal contadino vicino al tronco, è sempre parte di me, ma serve ora sia a me che a voi, è preziosa perché contiene buone sostanze provenienti dalle vostro sorelline dello scorso anno. Ora è il vostro tempo!”
venerdì 6 maggio 2011
Poesia alle stelle rifatta dal nonno
Al nonno Nando è piaciuta tanto la storia dell'angelo, e quindi ne l'ha riadattata con la morale.
C'era, tanto tempo fa, quando ancora non era stata inventata l'elettricità, un angelo che non si accontentava della luce delle candele.
Un giorno, anzi una sera, alzando lo sguardo al cielo vide una marea di lumi che altro non erano che le stelle.
"Se ne prendessi una la mia dimora ne sarebbe rischiarata e non dovrei sopportare l'odore della cera che si squaglia" pensò.
Detto fatto con un battito d'ali salì su su in alto e prese una stella e la portò nella sua dimora che subito si illuminò di una bella luce bianca.
E così ogni qualvolta una stella si esauriva lui saliva in cielo e ne prendeva un'altra.
Un giorno il Signore decise di contare le stelle e si accorse che ne mancava qualcuna.
Risoluto a venire a capo di questo mistero si mise di guardia e vide l'angelo che, esaurita l'ultima stella, con un battito d'ali si apprestava a prenderne via un'altra dal cielo.
Deciso a punire il ladruncolo, il Signore mise una nube al posto della stella naturalmente con la stessa forma e dimensione.
L'angelo, ignaro di tutto, salì al cielo e prese la nube e la portò nella sua casa.
In quel momento il Signore trasformò la nuvola, che si ingrandì, divenne nerissima e, dopo un lampo accecante e un tuono fragoroso, venne giù tanta di quell'acqua che la casa cominciò a galleggiare e l'angelo ne uscì fradicio con le ali appiccicate al corpo.
Dall'alto si udì una voce
"Tu hai preso le stelle che io avevo messo perché tutti ne godessero mentre il tuo è stato un gesto egoistico. Non farlo più, altrimenti ti toglierò le ali"
Poesia alle stelle
Questo è stato scritto oggi da Beatrice, proprio brava, pensando che non ha ancora 7 anni.
C'era una volta tanto tempo fa un angelo che gli piaceva strappare le stelle dello spazio pechè con le stelle luminose illuminava la sua strada.
Così un giorno un errore successe al povero angelo. Invece di prendere una stella prese una nuvola a forma di stella e si era confuso, e dopo la nuvola bianca divenne una nuvola nera come carbone. Dopo due secondi iniziò a piovere addosso all'angelo.
firmato Beatrice
domenica 1 maggio 2011
Alfredo terza parte
Questa è l'ultima parte della storia, spero che sia piaciuta a tutti.
C’era un cavallo bellissimo dentro la stalla. Era tutto occupato a mangiare la biada, e voltava le spalle alla porta: non si accorse nemmeno che Alfredo era entrato. Poi sentì un lieve frusciare, e allora dilatò le narici per annusare l’aria e capire da dove fosse venuto il rumore. Alfredo si fermò impaurito.
Forse era pericoloso anche il cavallo?
Si acquattò subito sotto una balla di fieno, e rimase fermo un poco di tempo. Poi riprese a muoversi piano piano. Uscì fuori dal fieno solo con la testolina, e si guardò intorno. Il cavallo lo vide e nitrì forte, ma non per spaventarlo, solo per salutarlo.
Via, subito, Alfredo, impaurito ritrasse la testolina dentro la balla di fieno. Cercò allora di aprirsi un varco dentro al fieno, per potersi muovere e allontanare senza essere notato. Ma ecco, un altro topolino!
Forse era pericoloso anche il cavallo?
Si acquattò subito sotto una balla di fieno, e rimase fermo un poco di tempo. Poi riprese a muoversi piano piano. Uscì fuori dal fieno solo con la testolina, e si guardò intorno. Il cavallo lo vide e nitrì forte, ma non per spaventarlo, solo per salutarlo.
Via, subito, Alfredo, impaurito ritrasse la testolina dentro la balla di fieno. Cercò allora di aprirsi un varco dentro al fieno, per potersi muovere e allontanare senza essere notato. Ma ecco, un altro topolino!
“Menomale” disse Alfredo “un essere amico!”
“Ma dai! Non avrai mica paura del cavallo? E’ un nostro amico, e non ci farebbe mai del male. Il suo nome è Nestore ed è buonissimo: Esci pure allo scoperto. Vedrai anche un cane, Malby, anche lui un amico. Non avere paura!”
Alfredo allora piano piano uscì dalla balla di fieno e si mise davanti al cavallo.
Era ancora un poco impaurito, ma per essere gentile voleva salutare Nestore.
“ Buongiorno Nestore, io son Alfredo. Sono qui per merito di due persone che mi hanno salvato, cercherò di non dare fastidio a nessuno. Non temere, sono piccolo!”
“Certo che non ti temo!” esclamò Nestore “Ci sono altri topolini qui nella stalla e condividiamo lo spazio ed il cibo. Sei il benvenuto!”
In quel momento arrivò il cane Malby. Era grosso, peloso e nero. Aveva solo un ciuffo di peli bianchi vicino agli occhi, e una macchia bianca vicino alla coda.
Entrò brontolando: “Anche oggi si sono scordati del mio cibo! Non è possibile, sono tre giorni che mi ignorano e mi tocca mangiare quello che trovo nel prato. Non sono vegetariano io, uffa!!!!”
Poi si accorse di Alfredo.
“Ehi tu? Chi sei? Abbiamo un nuovo inquilino qui? Ehi, dico a voi?”
“Dai sei proprio brontolone oggi” disse Nestore “Lui si chiama Alfredo ed è arrivato da poco. E’ qui grazie a due persone che lo hanno salvato. Starà anche lui con noi”
“Va bene, va bene!” bofonchiò Malby e si accucciò in fondo alla stalla.
Alfredo allora timidamente si diresse verso una ciotola d’acqua e bevve, poi prese qualche chicco di grano, e infine anche lui si riposò.
Cominciò a pensare a Nenè e ai suoi piccoli. Come avrebbero fatto senza di lui? Il pensiero lo intristì così tanto e allora si mise a piangere.
“Che hai ora?” Bofonchiò Malby “Sei sano e salvo e tra amici, non devi avere paura di niente, hai da mangiare e da bere. E allora perché piangi?”
“Sono preoccupato per Nenè, e per i miei piccoli. Come faranno senza di me? Certo qui starebbero bene anche loro, ma non so assolutamente dove sono. Sono venuto qui dentro una gabbietta con una macchina e chi lo sa dove si trova la mia tana.”
“Dai, non piangere! Ora cercheremo di trovare la soluzione, qui siamo tanti, ci sono anche due gabbiani che ogni tanto vengono a bere all’abbeveratoio. Tutti insieme ti aiuteremo, non ti preoccupare” disse Malby con un tono un poco meno rude.
Si misero tutti allora fuori la porta della stalla ad aspettare i due gabbiani.
“Eccoli, eccoli!!” gridò all’improvviso Nestore. E li salutò con un forte nitrito.
Erano tutti eccitati e circondarono i nuovi venuti.
“Ma che avete oggi tutti quanti?” chiese il gabbiano più grande.
Tutti cominciarono allora a raccontare la storia di Nenè, ma parlavano tutti insieme per l’agitazione, creando una gran confusione.
“Basta!!” gridò sempre il gabbiano più grande, zittendoli tutti. “Ora per favore che parli uno solo così riusciamo a capire qualcosa”
Subito si fece avanti Malby e con la sua voce forte cominciò col presentare ai nuovi venuti il piccolo Alfredo, raccontando poi la sua storia.
“Povero piccolo!” disse il gabbiano più piccolo “Ora fateci pensare come riuscire a trovare la tana di Alfredo “
Si misero in disparte per avere un poco di tranquillità e, dopo poco tempo il più grande esclamò “Forse ho trovato! Qui abbiamo bisogno del fiuto di Malby per rintracciare i due nonni, poi li seguiremo ed arriveremo alla tana di Alfredo. Speriamo solo che non siano andati troppo lontano”
Fortunatamente i due nonni avevano deciso di passare qualche ora al mare per cui in quel momento stavano tornando alla loro macchina.
“Eccoli, eccoli” esclamò felice Alfredo e subito Malby corse loro incontro:
“Che bel cane!” esclamò nonna Egle, e si mise subito ad accarezzarlo.
“Non ricominciare ora “ rispose nonno Mario, “te l’ho detto tante volte che non possiamo avere un cane, con tutti i viaggi che facciamo lo dovremmo lasciare solo!”
“Va bene, lo accarezzo solo” esclamò nonna Egle. Nonno Mario aprì lo sportello dell’auto, e subito Malby si intrufolò dentro.
“Non puoi venire con noi!” esclamò nonno Mario e provò a farlo uscire, ma Malby si puntò fortemente sulle zampe per non scendere.
“Va bene, faremo così, verrai con noi e a casa cercheremo di darti una sistemazione” e richiuse lo sportello.
Intanto i due gabbiani aiutarono il piccolo Alfredo a salire su uno di loro e si librarono in volo.
Che spettacolo! Dall’alto per Alfredo era tutto più bello e l’aria poi era piacevolissima sul suo piccolo capino.
L’auto dei due nonni partì e i gabbiani dall’alto la seguirono, volteggiando nell’aria. In pochissimo tempo arrivarono a destinazione, e subito Alfredo riconobbe l’albero cavo.
“Ecco la mia tana!” esclamò Alfredo e subito i gabbiani scesero in picchiata.
“Nina, piccoli, sono tornato!” chiamò Alfredo e tutta la famigliola si riunì festosa.
L’auto dei nonni si fermò e Malby scese prontamente ed incominciò ad annusare l’aria per capire dove fosse andato a finire Alfredo.
Federica aprì il cancello e venne verso i nonni per sapere come fosse andata a finire con il topolino e subito Malby entrò nel suo cancello e si diresse in fondo al giardino perché aveva sentito fortemente l’odore di Alfredo.
“Certo che è strano questo cane, è voluto entrare per forza dentro la nostra macchina ed ora vorrebbe uscire da dietro casa tua verso il prato, chi lo sa perché” disse nonno Mario.
Nel prato intanto c’era una gran festa con i gabbiani e la famiglia di Alfredo.
“Apri il cancello di dietro Federica, vediamo cosa succede” disse ancora nonno Mario.
Subito Federica aprì il cancello e Malby in men che non si dica raggiunse il gruppetto.
Subito i gabbiani caricarono uno i tre topolini piccoli e l’altro Alfredo e Nenè.
“Ora tenetevi forte tutti, ripartiamo, e tu Malby seguici dal basso così torniamo tutti da Nestore.” Disse il gabbiano più grande.
E così fecero.
Nonna Egle, nonno Mario e Francesca erano rimasti tutti a bocca aperta a vedere questo spettacolo meraviglioso di solidarietà tra animali.
sabato 30 aprile 2011
Alfredo seconda parte
Ecco la seconda parte , spero che la prima sia piaciuta. L'ultima parte alla prossima volta.
Tutti i criceti si unirono intorno a lui, chi lo annusava, chi lo leccava per conoscerlo meglio. Erano tutti ammirati per il suo coraggio.
“Io sono il più grande del gruppo” disse Pietro “ Siamo felicissimi di conoscerti. Ora datti da fare, prendi quello che puoi e portalo nella tua tana. Puoi tornare quando vuoi, sei sempre il benvenuto.
Lasceremo sempre qualcosa per i tuoi piccoli, non ti preoccupare”
“Mio Dio, sono veramente commosso. Ora mi do da fare velocemente, così il cane ed eventualmente il gatto non mi troveranno”
Assaggiò allora uno strano cibo, per capire se fosse buono per i suoi piccoli. Non era buono, era buonissimo!
In men che non si dica, prese un poco di quello strano cibo e via, il più velocemente possibile, uscì dalla gabbia e si diresse all’albero. Per quel giorno la fame sarebbe stata placata.
Il giorno dopo ed il giorno dopo ancora ritornò sempre dai suoi amici criceti. Era sempre accolto con grandi feste, e riusciva sempre a portare via il necessario, malgrado il cane abbaiasse sempre al suo arrivo.
“Che c’è, Fritz, sono tre giorni che abbai insistentemente, hai forse visto qualcosa?”
Era Federica, la padrona di casa! Ora si sarebbe accorta di tutto. “Speriamo bene” pensarono sia Alfredo che i criceti.
“Dai, fai il più velocemente possibile, ora arriva e se ti vede cercherà di prenderti” disse Pietro.
Alfredo riuscì a prendere qualcosa e scappò via.
Federica, intanto era arrivata alla gabbia, con il fidato Fritz.
Il cane annusava tutto e brontolava in continuazione.
“Avevi ragione, Fritz, qui deve essere entrato qualche animale, forse un topo di campagna. Guarda, ha creato una galleria per l’accesso alla gabbia! Menomale che i criceti non sono scappati. Ora provvediamo a prenderlo per poterlo eliminare”
Entrò in casa, e poco dopo uscì con una piccola gabbietta. Dentro la gabbietta mise un piccolo pezzo di pecorino, poi pose la gabbietta dentro la gabbia, giusto alla fine della galleria scavata dal topolino.
“Ora dobbiamo solo aspettare che ritorni e vedrai che lo cattureremo”
Poco dopo, infatti, Alfredo ritornava sui suoi passi, per poter prendere altre provviste.
“Che profumino di formaggio! Oggi è veramente festa!” pensò
I criceti da dentro la gabbia erano nervosi, lo volevano avvertire, ma il cane abbaiava così forte che non riuscirono a farsi sentire.
Alfredo entrò nel tunnel e poi………………..Pfaff. una piccola gabbia si chiuse alla sue spalle imprigionaldolo.
Tutti i criceti intorno alla gabbia, cercavano di aprirla per far uscire il loro amico, ma non ci riuscirono.
“Ecco Federica, via, via!” esclamo Pietro.
Tutti i criceti si riunirono in fondo alla gabbia e guardarono sgomenti il piccolo Alfredo.
“Brutto bricconcello, ti ho preso. Ma sei veramente carino! Pensavo fossi più grosso. E poi veramente complimenti per la tua intelligenza, sei riuscito ad aprirti un varco per poter entrare dai criceti. Ora ti dovrei sopprimere, ma veramente non me la sento. Sei una piccola creatura. Sai che facciamo, lo diciamo ai nonni, vedrai che troveranno una soluzione”
E così fece. Chiamò immediatamente i nonni, anche loro molto amanti degli animali.
Subito nonna Egle disse : “non ti preoccupare, già lo scorso anno ho trovato un posto sicuro e lontano da qui, dove portare gli eventuali topini presi, non mi piace per niente ucciderli! Dammi la gabbietta e io e nonno Mario provvederemo.”
Alfredo intanto tremava di paura. Non capiva quello che stavano dicendo sia Federica che nonna Egle. I suoi occhi erano diventati grandissimi per lo spavento, ma quello che lo preoccupava di più era il fatto che i piccoli e Nenè si sarebbero trovati in difficoltà. Incominciò a correre dentro la gabbia, su e giù con la speranza di poter aprire lo sportello, ma quello era ermeticamente chiuso.
Nonna Egle prese la gabbietta e con nonno Mario salirono sulla macchina.
Arrivarono così in riva al mare. Vicino alla riva c’era un grande appezzamento di terreno, riservato ad alcuni cavalli, e cera una stalla con tanta paglia e un abbeveratoio. Era tutto recintanto con una fitta rete, per evitare che scappassero i cavalli.
“Penso che qui vada bene” disse nonna Egle “Ti ricordi lo scorso anno con l’altro topolino. Sicuramente si sarà trovato bene. Ora accostiamo la gabbia alla recinzione e poi apriamo lo sportelletto”
Alfredo tremava tutto. Si era acquattato in fondo alla gabbia. Era stata una bruttissima esperienza, lui del resto non era mai stato in una macchina, e oltre tutto chiuso dentro una gabbia. Chi sa cosa lo aspettava adesso.
Nonna Egle fece come aveva detto: accostò la gabbia alla recinzione dove c’era una piccola apertura e aprì lo sportelletto.
Alfredo sentì lo scatto dello sportelletto, capì che forse poteva scappare. I suoi occhi erano dilatati dallo spavento, e tramava tutto; si fece coraggio e piano piano si accostò all’apertura. Era aperta!!
Via, via, via più veloce del vento, con le orecchie tutte indietro, corse fuori e schizzò velocemente via.
Non sapeva dove andare, ma certo era sicuro che per questa volta era salvo!
Prima corse verso sinistra, poi, forse guidato dall’olfatto, cambiò direzione verso destra dove era la stalla.
“Hai visto Mario che fugone? Povero piccolo, aveva tantissima paura! Hai visto i suoi occhi? E le orecchie tutte tirate indietro?” disse nonna Egle.
I due nonni ripresero la gabbietta vuota e si diressero verso la macchina.
Alfredo intanto giunse alla stalla. Era tutto sudato ed ansimante per la corsa e per la gran pauragiovedì 28 aprile 2011
Alfredo
Qui inserisco una prima parte della favola, che è un poco lunga e potrebbe annoiare. La seconda alla prossima volta.
ALFREDO
“Corri, corri! Mi raccomando, sempre a zig zag” disse tutto trafelato il topo Alfredo alla piccola topina Nenè.
Lei era graziosissima, molto più piccola di lui, che già era piuttosto piccolo.
Lui da subito aveva carpito la sua fiducia, e si erano quasi subito uniti.
Ora stavano scappando in un grande prato con tante spighe, perché erano stati individuati da un rapace, e quindi per salvarsi correvano disperatamente in cerca di un rifugio, sempre a zig zag per non farsi prendere.
Nenè era un pochino più lenta nel correre di Alfredo perché a giorni sarebbe diventata mamma, e quindi si era un poco appesantita.
“dai, dai! La esortò Alfredo “Laggiù vedi c’è un albero con il tronco cavo, se ce la facciamo a raggiungerlo, ci potremo riposare”
Eccolo finalmente l’albero! Erano salvi! Con il fiatone, si infilarono nella cavità e qui finalmente si fermarono.
L’avvoltoio fece ancora alcuni voli circolari sopra l’albero, sperando che uno dei due topolini uscisse allo scoperto, poi si arrese e si librò in alto nel cielo.
Alfredo dopo un poco uscì allo scoperto, vide che il pericolo era passato, e allora si rivolse a Nenè :
“Io vado in cerca di cibo, penso che con tutto queste spighe ci sarà qualcosa da mangiare. Tu rimani pure qui ad aspettarmi. Non ti preoccupare, cercherò di fare il più presto possibile”
Lui era da poco uscito quando Nenè sentì che era arrivato il momento: ecco, stavano per nascere i suoi piccoli. Forse era stato lo spavento, o la corsa folle, comunque era il momento. Si accovacciò e piano piano, ecco nascere i piccoli, prima uno, poi un altro, ancora un altro, e finalmente l’ultimo.
Erano ben quattro piccoli, uno più bello dell’altro, una topina e tre topini. Nenè esausta si mise in un angolino dell’albero cavo e finalmente si riposò.
Alfredo, intanto, era uscito allo scoperto. Che posto stupendo era quello!Nella folle corsa non aveva visto niente! Le spighe erano cariche di chicchi, perché era proprio la stagione della mietitura, e poi c’era vicino un canale, pieno di acqua e di canne, un posto adatto per annidarsi e nascondersi a qualsiasi predatore. Sulla riva del canale avevano nidificato tantissimi uccelli, tutti di piccole dimensioni. C’erano gazze, passeri, qualche cavaliere d’Italia. Forse, se capitava l’occasione, ci sarebbe stato pure qualche piccolo uovo da mangiare, oltre i chicchi di grano. Raccolse quanti più chicchi di grano poteva e corse nell’albero cavo per portare il pasto a Nenè. Che sorpresa ragazzi! I piccoli erano nati e già erano attaccati ai capezzoli di Nenè. Erano proprio bellissimi.
Cominciò così una nuova vita per la piccola famigliola. I piccoli crescevano bene, anche perché ancora riuscivano a prendere tanto latte. Nenè riusciva sempre a nutrirsi bene, con tutto quel grano a disposizione.
Un giorno furono svegliati da un rumore assordante. La terra quasi tremava sotto il loro rifugio.
“Cosa sarà mai?” Si chiese Alfredo e uscì furtivamente all’aperto per vedere la causa di tanto rumore.
Una enorme macchina avanzava quasi ruggendo, e mentre si muoveva riusciva a tagliare tutto il grano che trovava. Riusciva anche a separare i chicchi di grano.
Quando scese la sera il grano era stato tutto tagliato e affastellato, poi sopraggiunse una grossa macchina, con degli uomini che caricarono tutto e lo portarono via.
Alfredo cominciò a preoccuparsi. Il nutrimento per la sua famigliola era finito, a parte qualche chicco rimasto per terra. Corse subito e cominciò un frettoloso andirivieni con la tana per accatastare tutto quello che era rimasto.
“Nenè, disse Alfredo, non è molto, ma per ora accontentiamoci, poi cercherò altrove, non ti preoccupare, qualcosa saprò rimediare!”
Passarono alcuni giorni, e tutti i chicchi finirono.
“E’ ora che ti dia a fare, Alfredo” disse Nenè “Qui i piccoli incominciano ad avere fame!”
“Ecco, vado.”
Uscì cautamente dalla tana e cominciò a perlustrare la zona. In fondo al prato c’erano delle costruzioni con giardini, tutte recintate.
“Qui bisogna che stia molto attento” pensò Alfredo “Sicuramente ci saranno gatti e cani.”
Piano, piano avanzò nel prato. Certo non c’era più il grano che lo poteva nascondere, ma c’erano alcune buche nel terreno e così ogni tanto si fermava e si appiattiva annusando l’aria per capire se avvertiva l’odore dei gatti o dei cani.
Arrivò così ad una recinzione e dentro un giardino vide una grossa gabbia. Era veramente strana, non sembrava una cuccia di cani, né una gabbia di uccelli.
Si fece coraggio ed entrò nel giardino. Il cane si accorse dell’intruso dall’odore, e cominciò ad abbaiare, forse per avvertire qualcuno. Al di là della gabbia c’era un cancelletto di legno, e il cane dietro al cancelletto si affannava con le zampe per poterlo aprire e così cacciare Alfredo.
“Che fortuna!” pensò Alfredo “Il cane è al di là del cancelletto, ed ho un poco di tempo per vedere se trovo qualcosa”
Si erse sulle zampette posteriori e appoggiò quelle anteriori alla gabbia e cominciò a guardare dentro. Sgranò gli occhi per lo stupore.
“Misericordia!Ci sono degli animaletti che sembrano miei parenti, e tanto, ma tanto da mangiare!”
Si fece coraggio e cominciò
“Ehi voi, chi siete? Siete quasi uguali a me, a parte il colore, e la morbidezza del pelo”
“Siamo dei criceti cavie, purtroppo sempre chiusi qui dentro. Certo non ci manca niente, ma ci manca la cosa fondamentale, e cioè la libertà. Non possiamo correre nei prati, né annusare l’erba quando è bagnata dalla pioggia, né annusare i fiori, né abbeverarci ad una fonte fresca. E tu chi sei?”
“O mio Dio! Mi dispiace veramente per voi. Io sono un topo di campagna. Sto cercando del cibo per nutrire i miei piccoli, perché la macchina ha portato via tutto il nostro nutrimento.”
“Noi ne abbiamo fin troppo e lo divideremmo con te volentieri, ma come facciamo per dartelo?”
“Ci penserò io, non vi preoccupate”
Cominciò allora un lavoro di scavo con le sue piccole zampette. La terra era durissima, ma la volontà di raggiungere il cibo era tanta, e così si aprì un varco e, scavando con più veemenza possibile, riuscì ad entrare nella gabbia.
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